La persistenza dell'imputato nel negare (anche contro ogni ragionevolezza) la fine della relazione si spiega, appunto - secondo i primi giudici - con il fatto che la donna non gli ha mai esplicitamente detto che la loro relazione era finita. Anche il successivo comportamento dell'imputato, secondo i giudici di prime cure, non è quello della persona che ha partecipato ad una civile discussione, questo non tanto per gli insulti e le minacce proferiti all'indirizzo della compagna (frammisti però a messaggi d'amore) ma - ancora il 12 giugno 2010, giorno del fatto di sangue - per il costante ma vano tentativo di ottenere udienza dalla donna.